sabato 17 aprile 2010

De Andrè

Cioran, uomo di grande lucidità, diceva che la vita , più che una corsa verso la morte, è una disperata fuga dalla nascita . Quando veniamo al mondo affrontiamo una sofferenza e un disagio che ci portiamo avanti tutta la vita, quelli di un passaggio traumatico da una situazione conosciuta all' ignoto. Questo è il primo grande disagio. Il secondo , non meno traumatico, è quando ci rendiamo conto che dovremo morire. Per me questa spaventosa consapevolezza è arrivata verso i quattro anni. L' uomo diventa "grande", diventa spirituale o altro, quando riesce a superare questi disagi senza ignorarli. Ora, se a essi si aggiunge anche l' esercizio della solitudine, ecco che allora forse, a differenza di altri che vivono protetti dal branco, alla fine della tua vita riesci a "consegnare alla morte una goccia di splendore" , come recita quel grande poeta colombiano che è Alvaro Mutis. Se ti opponi, se ti rifiuti di attraversare e superare questi disagi, per sopravvivere ti organizzi affinchè siano altri ad occuparsene e deleghi. Questa rinuncia ti toglie la dignità , ti toglie la vita. Credo che l' uomo, per salvarsi, debba sperimentare l' angoscia della solitudine e dell' emarginazione. La solitudine, come scelta o come costrizione, è un aiuto: ti obbliga a crescere. Questa è la salvezza

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